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  Autore : Card.Crescenzio Sepe vescovo di Napoli
  Titolo : Il sangue e la speranza
  Data : 26-11-2006

 

 

Crescenzio Sepe
Vescovo di Napoli


Il Sangue e la Speranza

Napoli, Solennità di San Gennaro, 2006

 
Cari figli, fratelli e amici della Diocesi di Napoli!
Prima di prendere possesso di questa cara Arcidiocesi, ho rivolto a tutti voi, clero, religiosi e religiose, Associazioni, laici, un saluto cordiale e sincero per manifestarvi tutto il mio affetto e per invitarvi a ricostruire la speranza sulle orme tracciate dal servo di Dio, Papa Giovanni Paolo II.
Al mio ingresso nella Diocesi, a cui mi ha mandato Papa Benedetto XVI, ho baciato la terra di Napoli a Scampia. Ho voluto così dire il mio amore per questa terra ed esprimere la volontà di mettere il mio ministero pastorale a servizio dell’ opera di ricostruzione, cementandola con la carità di Cristo.
In tale impresa, infatti, non possiamo non seguire il Signore, l’Inviato del Padre per rifare il tessuto dell’umanità, sgretolata dal peccato e bisognosa di riallacciare la vita con Dio e con i fratelli.
Per realizzare l’opera della Redenzione, il Verbo Incarnato ha offerto se stesso sull’altare della Croce, in una suprema e definitiva testimonianza d’amore.
Questo martirio d’amore del Figlio di Dio, che ha sparso il suo sangue per tutti gli uomini, fonda la speranza dell’umanità, non più abbandonata a se stessa, ma ormai legata per sempre col patto della nuova Alleanza, fondata sul sangue versato.
Napoli, terra di sangue, è anche terra di speranza; sangue e speranza sono, per fede e tradizione, le due colonne che formano la sua identità più profonda e caratterizzano la sua storia millenaria.
Cari fratelli e sorelle, ho voluto scrivervi questa semplice lettera, quasi ad amplificare il mio primo saluto, e per manifestarvi i sentimenti che provo dopo alcuni mesi di permanenza in mezzo a voi.
Mi è sembrato che l’occasione migliore fosse la solenne celebrazione della festività del nostro Patrono, il Santo martire Gennaro, il cui sangue veneriamo con particolare passione.
Che la sua eroica testimonianza d’amore, fino all’effusione del sangue, agiti la nostra fede e ci spinga a realizzare la speranza che abita in noi e che nessuna potenza di questo mondo potrà mai sradicare dal nostro cuore napoletano.

Una città d’amore, una città da amare

Passa lu tempo e lu munno s’avota, l’ammore vero, no, nun vota vico. Così scriveva Salvatore Di Giacomo in una sua nota canzone, che mia madre canticchiava quando ero bambino. Era de maggio, il mese in cui il sole riscalda l’aria e il profumo della primavera è più intenso, quando io, ragazzo di provincia, venivo a Napoli attratto, come tutti i giovani, dalla grandezza della metropoli e, soprattutto, da una città unica, direi esagerata nella sua bellezza e nelle sue manifestazioni, nel bene e nel male.
Terra di passione, che porti addosso anche se lontano per anni, Napoli ha continuato a vivere dentro di me con le sue canzoni, le sue poesie, la sua gente, i suoi colori che, stampati nella memoria, restano lì a evocare ricordi.
Il rosso pompeiano dei palazzi, della luna nelle notti d’incanto, il rosso del sole, dei peperoncini forti, della pizza e dei pomodori, di una saporita mela annurca, il rosso delle calze e della maniche di Pulcinella, del cippo di Sant’Antuono, tutto rimanda al rosso della passione, dell’amore per la propria terra, al rosso del martirio, del manto e del sangue di San Gennaro, che protegge questa nostra città. L’azzurro del suo cielo e del suo mare che, proprio quando si avvicina la tempesta, si tinge di verde, il colore della speranza che non ha mai abbandonato il cuore dei napoletani, di chi davvero ama questa città.
L’ammore vero nun vota vico…, l’amore vero, l’amore cristiano, l’amore per i propri fratelli, per le proprie radici, non muta, non cambia mai strada. Ed è con questo amore che sono tornato, come padre e pastore, in questa terra di sangue e di speranza per impegnarmi a restituire dignità al nostro popolo dal grande cuore che, più volte deprivato della libertà nella sua storia martoriata, ha sempre saputo associare al dolore la speranza.
Lassamme fa a Dio: è l’invocazione più sincera del popolo napoletano che, nel suo proverbiale “tirare a campare”, non esprime rassegnazione, ma il coraggio della fede di chi sa che ad ogni giorno basta la sua pena, di chi non ha vergogna di parlare a tu per tu con la Madonna e con San Gennaro.
A questo popolo, che sa fidarsi del suo patrono, principe del sangue e martire della speranza, alla Napoli di Posillipo e a quella dei vicoli, a tutto il vasto hinterland e alla periferia, ai ragazzi di oggi e agli scugnizzi di sempre, voglio lanciare il mio grido di ottimismo.
Desidero risvegliare tutti coloro che da sempre aspettano di essere affiancati nella lotta per la riscoperta e la riaffermazione della propria identità e dignità umana, della propria  napoletanità.


Un sentire altro

So che il sentire religioso della nostra gente viene spesso, e a torto, etichettato come colorito folclore, nel quale leggenda e magia, sacro e profano, si fondono nella nostra storia millenaria che, all’occhio del freddo secolarismo, appare incapace di distinguere la superstizione dalla fede. È vero che tanta superstizione s’insinua ancora nell’autentico messaggio cristiano, ma credo che non bisogna confondere la superstizione con la pietà popolare. Questo popolo che, sin dalla prima liquefazione del sangue, ha assunto San Gennaro come protettore della sua città, sa cogliere, nella manifestazione del prodigio, il significato profondo della fede: la speranza della resurrezione. E’ un mistero inesprimibile che, per essere pensato, necessita di simboli capaci di rappresentare il legame tra il dolore e il riscatto. Il sangue prodigiosamente tornato in vita è un segno che rimanda all’immortalità dell’anima, alla vita oltre la morte, alla risurrezione della carne.
Il sangue, che anima le Sacre Scritture, è indiscutibile vessillo della cristianità, nata dal sangue di Cristo crocifisso e fecondata dai martiri che si sono immolati nel suo nome, e rappresenta, non solo per il popolo napoletano, il legame tra l’organismo corporeo e l’essenza dell’essere vivente, il principio vivificatore, il soffio vitale che anima l’uomo. Così che nell’affetto della nostra gente per San Gennaro, taumaturgo, guaritore, diretto intermediario della potenza misericordiosa di Dio, si esprime, al di là del prodigio, non la superstizione ma la fede genuina di un popolo che affida al suo patrono la speranza cristiana, perché sa che “Le anime dei giusti sono nelle mani di Dio, nessun tormento le toccherà…Anche se agli occhi degli uomini subiscono castighi, la loro speranza è piena d’immortalità” (Sap 3,1.4).
Con questa speranza radicata nel cuore, nel corso dei secoli il popolo napoletano, grazie a San Gennaro, si è sentito protetto dalle minacce del Vesuvio, dai terremoti, dalla peste, dal colera, dall’assedio degli eserciti stranieri. E’ con questa stessa e rinnovata speranza, con la certezza che “Il Signore è mia forza e mia salvezza” (Sal 33), che vorrei essere per tutti voi, cari napoletani, il Vescovo della speranza e lavorare al fianco di voi sacerdoti, religiosi e laici, che ancora credete nel riscatto della nostra terra, per proteggere Napoli dai mali che l’insidiano.
Noi tutti, sulle orme del Santo Padre Giovanni Paolo II, che in visita alla 167 di Secondigliano, promuoveva la riorganizzazione della speranza, dobbiamo investire le nostre energie nel coraggio della fede, per riappropriarci delle nostre radici, della nostra identità, del senso di appartenenza a quei valori che fanno della nostra metropoli una delle più significative frontiere del cattolicesimo urbano in Europa.
Recuperare l’innato senso del sacro, della famiglia, dell’amicizia, dell’accoglienza, della compagnia nel dolore e nella povertà, che un tempo facevano di ogni vicolo, di ogni quartiere, di ogni palazzo una grande famiglia, significa accendere nella nostra Diocesi il fuoco del Vangelo e trasformare le nostre città, le più aperte ad altri popoli e ad altre culture, in centri di sviluppo ecclesiale capace di testimoniare al mondo la speranza che è in noi.
Se invece ci lasciassimo prendere dallo scoramento di chi non sa vedere la luce oltre la notte, dall’apatia di chi, avendo perso la propria identità, si lascia schiacciare dalla disperazione o dal vuoto che dilagano nel nostro tempo, allora cadremmo nella tentazione di chi vuol appiattire il nostro popolo nei tanti luoghi comuni che impoveriscono le nostre città, che non sono fatte di solo mare e sole, spaghetti e mandolini. Se poi ci lasciassimo prendere dalla rassegnazione, non saremmo più gente di fede, di speranza e di carità, non saremmo più seguaci di Cristo e faremmo il gioco di quanti, all’ombra della camorra o di altri poteri, vogliono mettere le mani sulle nostre città per poi lasciarle perire in un sudiciume e in un caos, che vanno ben oltre gli annosi problemi dei rifiuti e del traffico. E se, ancora, ci lasciassimo prendere dalla sfiducia, saremmo come i discepoli di Emmaus che, in cammino verso la notte, incontrato il Signore non lo riconobbero: “Noi speravamo che…” (Lc 24,21).
La Chiesa di Napoli, in comunione con tutta la Chiesa italiana che, nel prossimo Convegno ecclesiale di Verona, si apre alla speranza, vuol essere invece, come il suo Santo patrono, testimone della speranza. Noi cristiani sappiamo che nell’ora più buia della notte, nel tempo della gioia e della povertà, della grandezza e della miseria, è possibile annunciare e riorganizzare la speranza. Noi tutti, uomini e donne di fede, sappiamo che Dio opera in Cristo e Cristo, col suo Spirito, opera in noi, nella nostra volontà, nel nostro impegno, nelle nostre forze, per vivere nella giustizia e nella legalità e far rifiorire quel senso di solidarietà, di carità, di amore fraterno così vivo nel nostro cuore di napoletani.

Testimoniare la speranza

“Un servo non è più grande del suo padrone” (Gv 13,16) e, come hanno perseguitato il Maestro, perseguiteranno anche noi. Ma la nostra forza nasce, nella nostra debolezza, dalla nostra unica risorsa che è nel Signore: “come Cristo ha realizzato la sua opera di redenzione nella povertà e nella persecuzione, anche la Chiesa è chiamata a prendere la stessa via, per comunicare agli uomini i frutti della salvezza” (LG 8).
La vera questione, allora, è come assumerci la responsabilità di testimoniare una speranza viva nelle contraddizioni e nei disvalori del nostro tempo e della nostra società secolarizzata e, in certi aspetti, pagana. Assistiamo, con sofferenza, alla crescita, anche nella nostra Diocesi, di un costume e di una mentalità che, spesso, esaltano uno sperare effimero e dispersivo. Se ci fermassimo alla lettura della cronaca dei nostri quotidiani, sembrerebbe impossibile trovare ancora tracce di speranza nel sangue, che tinge di rosso le nostre strade a causa della violenza, di loschi interessi o dell’incuria, della superficialità, della voglia di trasgressione e di paradisi artificiali, che risucchiano i nostri giovani nella spirale della morte. Quando la disperazione attraversa le nostre vie, quando tocca i nostri figli, i senza tetto, chi è senza lavoro o chi, ancora bambino, è costretto a lavorare, la speranza sembrerebbe diventare vuota illusione, inutile attesa di un desiderio che non si avvererà. Ma la speranza per noi, riscattati dal sangue di Cristo, non è sinonimo di semplice desiderio: è,  come dice la radice latina e greca del termine, volontà di tensione.
La speranza cristiana è, dunque, una tensione attiva verso una certezza, che trova il suo fondamento nella resurrezione di Cristo, “poiché nella speranza noi siamo stati salvati” (Rm 8,24). Obiettivo del prossimo Convegno di Verona è, infatti, “chiamare i cattolici italiani a testimoniare, con uno stile credibile di vita, Cristo risorto come la novità capace di rispondere alle attese e alle speranze più profonde degli uomini d’oggi” . E la Chiesa di Napoli, in sintonia con la Chiesa italiana, nella consapevolezza delle problematiche sociali, economiche, culturali e religiose del meridione, vuole, e può essere, baluardo della speranza, perché è proprio dei napoletani saper godere con quelli che godono e piangere con quelli che piangono (cf. Rm 12,15), instaurando quelle profonde e sincere relazioni d’amicizia e di rispetto, capaci di trasformare il mondo. Se è vero, come diceva Agostino d’Ippona, che “nulla è caro all’uomo senza un amico” , allora il fatto che a Napoli l’amicizia è sacra, è già un segno di speranza, una traccia che lascia intravedere la concreta possibilità di fare nuove tutte le cose. D’altronde “ciò che si spera, se visto, non è più speranza; infatti, ciò che uno vede, come potrebbe ancora sperarlo? Ma se speriamo quello che non vediamo, lo attendiamo con perseveranza” (Rm 8,24-25). Ed io sono certo che, con l’aiuto di Dio, e grazie al martirio quotidiano di uomini e donne di buona volontà, possiamo ricostruire, uniti in Cristo, i luoghi della speranza, in questa nostra Diocesi.

Il sangue dei martiri

Quando si parla di martiri, spesso si pensa solo alle eroiche figure del passato, ai grandi santi che hanno sacrificato la loro vita, subendo persecuzioni per annunciare la verità di Cristo; o anche a quanti, nel corso dei secoli, hanno accettato la sofferenza come luogo di purificazione, operando prodigi e miracoli. Il termine martire ha finito così col rimandare più al dolore, alla sofferenza fisica che non alla gioia di testimoniare la propria fede, come vuole l’etimologia della parola. Eppure il martire non è solo colui che compie gesta straordinarie, ma in un certo senso, è anche colui che per amore della sua fede, sa  rendere straordinario l’ordinario.
In questa accezione Napoli non è solo urbs sanguinum, la città dei sangui, per l’incredibile numero di ampolle e fiale, contenenti il sangue di santi e beati, ma è anche la città dei testimoni-martiri, della gente comune che, nella quotidianità della vita, vive per la verità e per l’amore. Si tratta di “testimoni” che rendono “sanguigna” la Città di Dio e la città degli uomini.
Così, ad esempio, sono testimoni dell’amore e della giustizia le madri, quelle del popolo e della borghesia, mamme carnali, forse possessive, ma sicuramente pronte a difendere con le unghie e con i denti la dignità dei propri figli da ogni sopruso, dai pericoli della strada e da quelli insiti in un benessere malato. Decise nell’affrontare le strutture dell’ingiustizia per far valere i diritti dei loro figli, le madri napoletane non solo sanno proteggere i propri ragazzi, come tutte le madri, ma sanno difendere la libertà di questa terra, trasmettendo di generazione in generazione quei valori etici universali e immutabili che fanno di ogni uomo un vero uomo. Sempre presenti, sanno asciugare le lacrime dei figli, ma sanno essere obiettive e severe quando un figlio tradisce il senso della famiglia. Quando diciamo mamma, diciamo porto sicuro, ma anche legge. Quando un tempo cambiavano i signori che governavano la nostra città, quando lo stato era assente, chi davvero regnava e custodiva gelosamente le tradizioni, i costumi, gli usi che sono arrivati sino a noi, erano, allora come oggi, le madri. A Napoli i figli so’ piezze ‘e core, core ‘e mamma. Lo ha dimostrato, in questi giorni, la signora Tonia, la madre coraggio, che ha messo a repentaglio la sua stessa vita per salvare la creatura del suo seno. Forse per questo nella nostra città la devozione alla Madonna, la Madre delle madri, affettuosamente chiamata Mamma do’ Carmine, è così fortemente sentita. Il senso della maternità è tale che nessun napoletano accetta l’idea che un bambino possa non avere la madre, così che chi ha avuto la disgrazia di perderla, o di non averla mai conosciuta, non viene chiamato trovatello, orfano, figlio di nessuno, ma “figlio della Madonna” perché non sia lasciato solo, senza un cuore di mamma.
Sono testimoni della presenza i parroci, i religiosi, le religiose, e quanti sono impegnati nella pastorale della nostra grande Diocesi, tutti di frontiera, che sanno essere voce di chi non ha voce, pronti a sfidare persino la camorra pur di rimanere al servizio degli ultimi, dei sofferenti, dei diseredati. Penso, solo per fare qualche esempio, che, però vale per tutti, ai parroci dei Quartieri spagnoli, di Forcella, della Sanità, di Scampia, di Secondigliano, di Barra, Ponticelli, San Giovanni e di quanti hanno saputo trasformare le loro parrocchie in oasi di accoglienza e di solidarietà nel deserto della povertà, della violenza, dell’abbandono. Ma penso anche ai parroci delle zone della cosiddetta Napoli bene dove, benché al riparo da situazioni estreme, essi devono affrontare i demoni dell’individualismo, del pensiero debole, di un materialismo esasperato che, decretando la morte di Dio, sta portando altrove il cuore di Napoli rendendo ancora più difficile la profezia dell’annuncio.
Sono anche testimoni della verità gli insegnanti di ogni ordine e grado che, nelle scuole a rischio e in quelle del centro, svolgono il loro lavoro come una vera e propria missione, pur di rimanere vicini ai loro alunni, anche e soprattutto se diversamente abili o provenienti da ambienti socialmente e culturalmente deprivati. Facile preda in questo nostro tempo di subdole tentazioni che, soprattutto nell’adolescenza, anziché alimentare speranza, trascinano nella depressione e nell’anoressia, nell’accettazione passiva delle regole del branco, nel fenomeno del bullismo, i ragazzi di oggi, anche i più agiati, più che mai, hanno bisogno di testimoni di vita e di speranza, più che di maestri, per imparare a discernere tra verità e menzogna. E nelle scuole della nostra Diocesi, nei quartieri più difficili, sono davvero tanti i docenti che aiutano i più giovani a trovare la loro identità e la giusta collocazione in una società che tende a emarginare chi non rientra nei canoni di vita stabiliti dall’esigenze del mercato.
Sono testimoni della legalità quanti lavorano con coraggioso impegno e grandi sacrifici nelle istituzioni, nelle forze dell’ordine, e nel campo della sicurezza; quanti combattono la buona battaglia contro un sistema che, a volte, sembra garantire la giustizia e il rispetto dei diritti dell’uomo e del cittadino solo ad una parte.
Come dimenticare i tanti silenziosi testimoni della solidarietà: sacerdoti, religiose, laici, medici, volontari che lavorano nelle Asl, nelle carceri, negli ospedali, nei centri di accoglienza per anziani, ragazze madri, barboni, extracomunitari, nei convitti per bambini? Quanti di loro, sconosciuti nel mondo, sanno annunciare la speranza con un lavoro duro e disperato o con un semplice sorriso, con una stretta di mano, con un semplice gesto prendendosi cura di chi, nell’ora del dolore, è rimasto solo!
Ma penso anche ai testimoni della compagnia: i commercianti, i ristoratori, gli albergatori, il personale alberghiero, quelli che operano nei trasporti e nei servizi, che nella nostra terra hanno una capacità particolare: far sentire in casa propria chi non ha famiglia, l’anziano che va a fare la spesa, il turista che viene da lontano, restituendo a questo territorio il calore dell’accoglienza che le è proprio, contribuendo  a cancellare l’immagine, troppo spesso usata dai media, di una metropoli dove il disordine, la sporcizia, lo scippo sono all’ordine del giorno.
Penso anche ai testimoni della bellezza, come i poeti, gli artisti, gli intellettuali, gli uomini della cultura e della scienza, che hanno reso e,ancora oggi, rendono grande questa città agli occhi del mondo, difendendo tenacemente la specificità della nostra cultura e della nostra lingua dall’assalto di una cultura della volgarità e del non senso.
Voglio anche ricordare i testimoni della precarietà, esperti nell’arte d’arrangiarsi onestamente che, in difesa della propria dignità, sono capaci d’inventarsi mille mestieri, pur di uscire dal lungo tunnel della disoccupazione, dell’accattonaggio, della malavita. Penso al sangue donato di questa città, ricca d’amore, che chiede speranza; la speranza che annuncia la Chiesa, una speranza che sarà credibile se tutti insieme saremo capaci di renderla concreta, incarnandola nei luoghi del vivere quotidiano, lì dove l’uomo della strada cerca risposte.

I luoghi della speranza

Quando si parla di luoghi della speranza nella Chiesa, immediatamente, e a giusta ragione, si pensa ai seminari, alle parrocchie, agli oratori. Certamente è da questi luoghi che dobbiamo partire per riorganizzare la speranza e far sì che la Parola di Dio arrivi al cuore della gente. Tuttavia, come soleva dire l’indimenticabile Cardinale Corrado Ursi, se al tempo della Chiesa non si affiancasse il tempo della strada, il messaggio cristiano rimarrebbe lontano dal cuore di un popolo. Nella nostra Diocesi, più che altrove, questo popolo dal cuore grande ha fame e sete non di parole vuote, ma di una Parola che, come un seme piantato in terra buona, non venga spazzata via ogni volta che cambia il vento. Dove, allora, seminare la speranza se non nei luoghi dove la gente possa avvertire concretamente, nella presenza dei credenti, la volontà ecclesiale di ripartire dai testimoni-martiri per riscoprire il valore della napoletanità e un modo umano e cristiano di vivere?
Il seme della speranza è forse il più piccolo, ma può dar vita ad un albero rigoglioso e portare molti frutti se avremo il coraggio di affrontare le paure che minacciano la nostra città, se avremo la forza di uscire da ogni sorta di omertà e, solidali l’uno con l’altro, saremo in grado di organizzare nuove strutture e nuove forme di carità per risollevare chi è solo, chi è nel bisogno materiale e spirituale. Senza indulgere al lamento o al vittimismo, senza aspettare che altri prendano a cuore le sorti del meridione, senza aggrapparci al puro assistenzialismo, è giunto il tempo in cui i napoletani si riapproprino della loro terra, rilanciando la politica come servizio alla città, come scuola di legalità, come centro di osservazione delle questioni sociali più spinose. Noi abbiamo le energie per farlo!
I cattolici, impegnati in politica o nel servizio ecclesiale, possono e devono diventare testimoni di speranza, lavorando in sintonia con tutti gli uomini di buona volontà, anche di diversa fede o non credenti, con l’unico scopo di restituire a tutti i cittadini, dal centro all’estrema periferia, la loro dignità. Là dove, infatti, vi è un solo quartiere, un solo rione, una sola strada, una sola famiglia abbandonata al degrado, ne soffre tutta la città, sfigurata nella sua bellezza. Forse è tempo di rendere vivibile ogni zona non solo di Napoli ma di tutta la provincia, ognuna con il suo centro, le sue caratteristiche, le sue tradizioni e la sua cultura, ma unite, come in un’unica grande metropoli, nella volontà di costruire la speranza, nella certezza di potercela fare. E ce la faremo se manterremo vivo il senso di appartenenza al nostro popolo, il popolo partenopeo, che si è sempre distinto per la sua coralità. E forse riusciremo in ogni quartiere a restituire le piazze al sentire comune, creando momenti di aggregazione, di musica, di preghiera, lasciandoci alle spalle ogni vuota esaltazione che può degenerare in violenza.

Napoli: una Diocesi, tante città

In nessun luogo del mondo è possibile annunciare la speranza, prescindendo da un esame attento del territorio, della realtà sociale, dai bisogni e dalle attese del suo popolo. E nella nostra Diocesi il problema è amplificato non solo dall’estensione del territorio, ma da una peculiare caratteristica che fa della nostra Metropoli una Diocesi con tante città, una accanto all’altra, divise a volte solo da una strada, eppure diverse per usi, costumi, condizioni sociali ed economiche. Un territorio estremamente variegato, quello napoletano che, dai paesi vesuviani, arroccati ai piedi del vulcano, alle altre zone limitrofe della città, rende impossibile l’annuncio del Vangelo senza incarnare il messaggio nello specifico di ogni singola territorialità. Nella stessa Napoli, in uno stesso quartiere, convivono differenti realtà, situazioni estremamente diverse: Posillipo non è Chiaia e Chiaia non è il Vomero; abitare a via Toledo non è la stessa cosa che abitare nei Quartieri spagnoli, anche se sono solo a due passi di strada. Lo stesso si può dire degli altri territori che compongono la nostra Diocesi.
In tale contesto, dobbiamo annunciare la speranza partendo dall’ascolto, dall’esame delle differenti problematiche individuate  dai vicari zonali, dai decanati, dai parroci, dalle comunità parrocchiali che operano realmente tra le case della gente. Riorganizzare la speranza significa, perciò, coinvolgere tutti utilizzando tutte le forze della Diocesi nel pieno rispetto del principio di sussidiarietà. Ciò significa, innanzitutto, che quanti lavorano nella vigna del Signore, devono vivere la comunione fraterna in Cristo, fondamento ontologico della Chiesa. Riorganizzare la speranza è possibile, perciò, se impariamo a comunicare, a confrontarci, a lavorare insieme, a saper accettare le idee e le proposte degli altri se sono valide per la costruzione del bene comune.
Solo per presentare qualche indicazione programmatica, penso che se Napoli è una Diocesi con tante città, allora bisognerà prendere atto della differenza dei destinatari e dei diversi linguaggi che consentono d’inculturare la fede. Essere Chiesa a Napoli è essere Chiesa dell’unità nella differenza delle situazioni e dei luoghi.
Si devono dunque sviluppare, nelle particolarità del vissuto napoletano, delle tante Napoli che la Diocesi nasconde, progetti specifici e articolati per ogni zona che, nello spirito dell’unità e in linea con le indicazioni della CEI, sappiano coniugare le attese universali della Chiesa con i bisogni particolari di ogni specifico contesto della nostra Diocesi. È necessario, allora, proporre una significativa pastorale che parta dal recupero del senso di appartenenza civica, dal ripristino della legalità e, soprattutto, dall’organizzazione della carità, un settore da sviluppare adeguatamente nel governo pastorale della nostra Diocesi.

Lo riconobbero dallo spezzare il pane

In questo tempo, pervaso da una mentalità usa e getta, dalla smania di cancellare il passato, oscurando il futuro agli occhi delle nuove generazioni afflitte dalla mancanza di opportunità, di certezze, di valori saldi, la speranza è come una fioca fiammella capace, tuttavia, di far luce nel buio. Nonostante le tribolazioni, la sofferenza, il pianto, la Chiesa ci spinge a vivere la speranza, anche  contro ogni speranza umana; a sua volta. la speranza incoraggia la Chiesa e le dà la forza di rinnovare il mondo. I testi profetici più intrisi di speranza, i salmi più belli, sono scritti in tempi d’angustia: “Ora che attendo Signore? In te la mia speranza” (Sal 39,8).
Chi ha fede, chi confida nel Signore, non resterà deluso; la speranza non inganna perché l’amore di Dio è stato effuso nei nostri cuori attraverso la Spirito. Ciò non significa porsi in fatalistica attesa, giacché se vogliamo costruire la speranza, dobbiamo assumerci la responsabilità di giudicare gli avvenimenti alla luce della Parola di Dio,  liberando la nostra storia, la nostra città, dalla logica dei calcoli umani. Se i nostri ragazzi, i nostri scugnizzi e quelli venuti da paesi lontani in cerca di futuro, venissero abbandonati agli angoli delle strade, ai piedi dei semafori a pulire parabrezza, come potrebbero spezzare le catene del pessimismo che li legano alla criminalità organizzata? Come potrebbero avvertire quel “calore nel cuore” che genera speranza?
Cari fratelli e sorelle, se la nostra gente venisse delusa anche da noi, testimoni della speranza di Cristo, allora non ci rimarrebbe altro che continuare a dire “Noi speravamo che…” (Lc 24,21).
I discepoli di Emmaus dal volto triste, ritrovarono la speranza, che avvertirono dapprima come ardore nel petto, quando riconobbero il Signore; e lo riconobbero quando prese il pane, lo spezzò e lo diede loro (cf Lc 24,30). La speranza nasce dall’Eucarestia, specialmente nella celebrazione eucaristica della Domenica, che dobbiamo celebrare con amore e con molta cura, e a cui siamo chiamati a partecipare con fede profonda, come momento centrale delle nostre comunità. La celebrazione dell’Eucarestia è il luogo della speranza anche in mezzo al dolore, a problemi di ogni genere e alla disperazione.
La speranza così si comunica ponendo Cristo al centro della nostra vita, facendolo presente attraverso opere di carità, prendendosi cura dei deboli, degli afflitti, dei poveri, di chi ha bisogno della nostra compagnia, di spezzare il pane con noi, quello duro e quello fragrante, perché se è vero che non c’è speranza senza fede, è anche vero che non c’è speranza senza carità.
Nelle nostre incertezze e nelle nostre presunzioni, nel nostro programmare e nelle nostre decisioni, la nostra conoscenza rimane imperfetta, come imperfetta è la nostra profezia; eppure, nell’animo confuso, tre cose rimangono a sostenerci lungo il cammino: “la fede, la speranza e la carità; ma di tutte più grande è la carità” (1 Cor 13,13).
La Chiesa di Napoli deve restituire a questa terra, tra le più belle che Dio ha creato, la forza dell’amore, della condivisione, della comunione che contraddistingue i discepoli del Signore, perché il nostro popolo dal grande cuore possa ritrovare in se stesso la speranza che illumina il domani. Se sapremo ricostruire questa città sulla roccia, e non sulla sabbia, allora, solo allora, potremo dire: “Ora si è compiuta la salvezza” (Ap 12,10).
Che il nostro Santo patrono san Gennaro interceda per noi tutti, affinché il Dio della speranza ci riempia di ogni gioia e pace nella fede, perché abbondiamo nella speranza per la virtù dello Spirito Santo (cf. Rm 15,13).
Rivolgiamo il nostro pensiero alla Santa Vergine, che con il suo “sì” ha aperto la storia dell’umanità alla speranza, e affidiamo le nostre speranze alla nostra bella Madonna del Carmine, la Mamma di tutte le mamme, la Mamma di tutta Napoli, e confidiamo nel nostro Signore Gesù Cristo.
Ca ‘a Maronna c’accumpagni!

Con la benedizione del Signore e l’intercessione di Maria, Regina di Napoli.
                                      
                         
                                                       Crescenzio Card. Sepe
                                                       Arcivescovo

Festività di San Gennaro, 2006

 

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